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Piccolo è bello e a volte vince pure

Scritto da Stefano Sandri Il .

E’ succcesso. La Corte di giustizia (C-397/16 e C-435/16, 20/12/2017) ha dato ragione alla Acacia, piccola, o quasi, azienda del salernitano, ma leader nella fornitura di cerchioni identici agli originali delle più note case automobilistiche, in primo luogo quelle tedesche. Le quali per ben quattro anni l’hanno attaccata in tutta Europa, pretendendo di vantare un diritto di esclusiva sul design dei loro cerchioni, impedendone la riproduzione da parte della Acacia, forzando l’interpretazione della famosa clausola di riparazione.

Della questione, me ne sono già occupato a diverse riprese in Avviso ai naviganti (Cerchioni, ormai è guerra tra Milano e Napoli; La clausola di riparazione alla Corte di Giustizia; Le ruote girano; Il tormentone dei cerchioni).

Per riassumere, il nostro CPI, all’art. 241, in conformità della Direttiva comunitaria di armonizzazione, ha adottato la clausola in questione, in base alla quale il diritto di un titolare di un design non può essere opposto ad un terzo ricambista che produce e commercializza una parte (cerchione) di un prodotto complesso (auto), destinata a reintegrarne l’aspetto originario.

L’industria tedesca ha fiutato il pericolo della possibile liberalizzazione del mercato - che pure il legislatore aveva voluto - anche per quei prodotti, e ha fatto fronte comune contro l’Acacia, praticamente l’unica azienda che rispettava alla lettera i requisiti richiesti dalla clausola, aggredendola come contraffattrice dei diritti dei design vantati da BMW, AUDI, MERCEDES, PORSHE, VOLSWAGEN, AUDI.

In sostanza, le case hanno sostenuto che i cerchioni non rientravano come parti di un prodotto complesso nella interpretazione e applicazione della clausola eccezionalmente derogativa del diritto del design. Con inusitata violenza e palese strategia congiunta e concordata (ai limiti dell’anti-trust) l’Acacia si è dovuta difendere, purtroppo senza successo, davanti ai Tribunali di Dusserldorf e Stoccarda (in Germania), Alicante (in Spagna), Parigi (Francia), Milano, Torino e Roma in diversi gradi di giudizio, subendo sequestri, inibitorie, misure cautelari da tutte le parti.

Particolarmente sconfortante è stato l’atteggiamento addirittura punitivo da parte dei Tribunali italiani, nel sostenere che i cerchioni delle ruote degli autoveicoli, non si sa bene perché, dovessero essere considerati in modo diverso dalle altre parti di un autoveicolo. In questo quadro desolante, in cui Golia chiaramente ha esercitato tutta la sua forza bruta, praticamente distruggendo l’azienda salernitana e il sui know-how, solo il Tribunale e la Corte d’appello di Napoli hanno avuto il coraggio di ricondurre il testo della repair clause nel suo corretto contesto storico e normativo, ritenendo l’arbitraria e ristretta interpretazione contraria alle regole della concorrenza.

Di fronte al testo logico-letterale della norma - che è sempre apparso chiarissimo al sottoscritto - sono cominciati a sorgere nel corso delle varie cause pendenti, i primi dubbi interpretativi e contraddizioni. Così l’Acacia, con le ultime esauste forze, è riuscita a portare all’attenzione della Corte d’appello di Milano l’opportunità di richiedere una sentenza interpretativa pregiudiziale alla Corte di Giustizia, mentre Roma ha nicchiato.

La Germania, tra l’altro e guarda caso, non si era mai conformata alla Direttiva,  per cui nello stesso tempo anche al Bundesgerichtoff tedesco gli devono essere fischiate le orecchie, e  anche questa suprema magistratura ha rimesso gli atti alla Corte europea, che ha ora deciso in tempi relativamente rapidi.

Leggendo la motivazione della pronuncia non si può non rimanere sbalorditi di come ci siano voluti quattro anni, un enorme dispendio di energie, dei costi legali mostruosi e la distruzione di una florida azienda, per arrivare a confermare una interpretazione al limite dall’essere lapalissiana: il cerchione è un componente dell’automobile, l’automobile è un prodotto complesso, la disciplina è quella del design (il diritto di marchio non c’entra niente), l’aspetto del prodotto complesso non dipende dal design del componente (il testo, così come è uscito, non prevede questa condizione), non c’è ragione di trattare i cerchioni diversamente dalle altre parti staccate, l’interpretazione storica e la ratio della norma porta alla voluta liberalizzazione del mercato dei pezzi di mercato (si voleva evitare che il consumatore fosse vincolato per l’acquisto elle parti staccate al fabbricante del prodotto).

Naturalmente occorre che il ricambista usi tutta la sua diligenza per comunicare all’esterno che i cerchioni non sono originali, che sono esclusivamente destinati alla sostituzione/riparazione dei cerchioni originali, per ripristinare l’aspetto originario dell’autovettura, condizioni tutte presenti e comprovate dalla Acacia (ahimè inutilmente nei ricordati processi)  nei suoi prodotti.

Una parola fine a questa incredibile vicenda?

Ci sono ancora pendenti una mezza dozzina di cause, ma per i tedeschi sarà dura mandarla giù. Eppure se avessero osservato con attenzione il capolavoro di Gian Lorenzo Bernini non avrebbero mancato di notare quelle labbra strette nel volto del David e avrebbero dovuto capire che, prima o poi, una bella sassata in fronte non gliela avrebbe tolta nessuno.

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