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Vino: Spagna-Italia 1 a 0

Scritto da Stefano Sandri Il .

Il Tribunale Generale (T-102, 1/02/2018, SANTORO/SANGRE DE TORO) ha ribadito che le bevande alcoliche includono i vini, dunque sono prodotti identici. Fine del discorso. Ma è proprio così?

Il rapporto tra gli alcolici e i vini è stato per la verità oggetto di una infinità di pronunce, dalle quali mi pare di poter dire che sta emergendo un chiaro contrasto tra la giurisprudenza comunitaria e quella nazionale, che può così riassumersi: ad Alicante si continuano ad applicare gli stessi standard da venti anni, a Roma ci si è cominciati a chiedere se, visto che i tempi cambiano, non sia il caso di affrontare  il problema in modo più realistico. Come si comprende, il diverso approccio nasce dalla diversa considerazione del ruolo, del comportamento e delle abitudini del consumatore interessato.  Prodotti e marchi devono, infatti, essere giudicati “secondo la percezione del consumatore”.

La posizione del Tribunale è del tutto lineare e viene espressa inequivocabilmente nella motivazione della sentenza: quello che succede sul mercato è irrilevante (§ 35) e, quando il marchio anteriore comprende i prodotti del marchio contestato, quei prodotti sono considerati identici (§ 37 che cita una vanga di precedenti in tal senso). Quanto al consumatore, avrebbe un livello medio di attenzione e anche se le bevande alcoliche “possono rivolgersi ad un pubblico che dimostra un più alto (enhanced) livello di attenzione, è necessario prendere in considerazione il pubblico con il più basso livello di attenzione nell’accertare il rischio di confusione “ (§ 45, e giù un’ altra valanga di precedenti). Già, ma perché?    

Non mi pare che la spiegazione di questa limitazione possa stare nell’assunto che “i vini sono destinati al grande pubblico. Infatti, poiché i vini sono normalmente oggetto di una distribuzione generalizzata, che va dal reparto alimentari dei grandi magazzini ai ristoranti e ai bar, si tratta di prodotti di consumo corrente, il cui pubblico di riferimento è il consumatore medio dei prodotti di largo consumo, che si presume sia mediamente informato e ragionevolmente accorto e avveduto” (T-154/11, 27/11/2014, RIPASSO, § 22):

Vediamo qual’è la posizione della nostra dottrina e giurisprudenza. Ad Adriano VANZETTI (e scusate se è poco) interessa oggi più che mai che il consumatore non venga ingannato e quello che conta sono i fatti, quei famosi fatti che, insieme a tutte le circostanze attinenti e pertinenti al caso, la storica sentenza SABEL ci ha insegnato ad applicare, che tutti citano, ma che   poi spesso e volentieri non si capisce che fine fanno nella motivazione delle decisioni.

Un primo segnale di questo orientamento lo troviamo nel caso CHATEAU AUSONE deciso con sentenza della Commissione dei Ricorsi (CR-19/15  08/07/2015, relatore Vittorio Ragonesi, Pres. di Cassazione) che ha costituito oggetto di una mia critica piuttosto salace nell’Avviso ai naviganti n. 46- (Un Chateau Ausone? no grazie preferisco il Frascati), più per carenze di motivazioni che per il merito. Qui interessa riprendere la tesi della CR secondo cui il pubblico di riferimento di un raffinato vino francese sarebbe diverso da quello che beve vino di largo consumo. Si legge nella sentenza: ” il vino commercializzato dall’opponente è un prodotto di nicchia offerto ad un pubblico da intenditori di tipo di vino, anche in ragione del suo elevato costo...i prodotti commercializzati dal richiedente sono invece offerti ad un vasto pubblico, generalmente consumatore di vini di costo medio ...  pertanto i prodotti – seppur appartenenti alla medesima classe merceologica, non sono destinati alla medesima clientela...il pubblico di riferimento per i vini francesi (mah!) è composto da soggetti che effettuano con attenzione i propri acquisti ed hanno le conoscenze tali da distinguere un prodotto di nicchia da uno di largo consumo e dal costo notevolmente inferiore”. Da notarsi, dunque, che la distinzione dei pubblici di riferimento non è operata tra prodotti apparentemente diversi (alcolici Vs, vini), ma all’interno dello stesso segmento merceologico (vini).

Ancora più emblematico il caso ROMAGNOLI (Sentenza CR, n.53, 10/10/2016, ROMAGNOLI, in conferma di CASS. 04/02/2016, CASTELLA) in cui la Commissione dei Ricorsi ha sottoposto ad una acuta analisi la struttura del mercato del vino:” Ai fini del giudizio di confondibilità fra segni nel particolare settore vitivinicolo devono tenersi in debita considerazione due circostanze: da un lato, i prodotti in questione sono prodotti di qualità ed in forte competizione sul piano delle differenze qualitative e del rapporto qualità/prezzo, pertanto non sostituibili tra loro; dall’altro, trattasi di un settore dominato da imprese produttrici di piccole dimensioni ed a carattere familiare dove sono spesso utilizzati nomi di famiglia in qualità di segni distintivi. Alla luce di ciò, date le specificità del settore, può essere tollerato un certo grado di somiglianza fra marchi denominativi e patronimici, purché l’uso dei marchi avvenga in modo corretto.”

Al di là della presenza o meno dei nomi patronimici nelle etichette dei vini (cfr. Lisa CROCIANI, L’uso del patronimico come marchio ha minore valenza distintiva nel settore vitivinicolo, Marchi e Brevetti Web, 29/11/2017; Paola STEFANELLI, Alessandro MANNINI, Vino amaro: coesistenza di marchi non registrati nel settore vinicolo, Marchi e Brevetti Web, 24/10/2017), il mercato dei vini, quindi, impone l’abbandono delle generalizzazioni seguite negli standard della giurisprudenza comunitaria. Se, infatti, è vero che nei prodotti di larga e comune diffusione e utilizzazione il grado di attenzione e selettività deve considerarsi normale, occorre tuttavia tener conto, nell’identificazione del livello di attenzione del pubblico rilevante – come già detto – di tutte le circostanze pertinenti al caso di specie che attengono a una tipologia di prodotto (nella fattispecie alcolici) caratterizzato da una forte fidelity del consumatore alle qualità del prodotto stesso ed al suo gusto.

Il consumatore italiano – particolarmente esigente e selettivo in materia – porterà la sua attenzione in primo luogo sul brand cui è affezionato: anche se qualcuno si limita a chiedere “mi dia una grappa o un whisky” senza specificazione, si attiva immediatamente  un dialogo con il venditore teso a chiarireche grappa vuoi, che whisky preferisce” e prima o poi il brand salta fuori. Poi ci sono quelli che fin dall’inizio sanno quello che vogliono e lo chiedono senza esitazioni.

D’altro canto, diversamente dai vini in cui “i consumatori di tali prodotti sono abituati a designarli e a riconoscerli in funzione dell’elemento denominativo che serve a identificarli, in special modo nei bar o ristoranti in cui i vini vengono ordinati a voce dopo aver letto il loro nome sul menu” (EUIPO, decisione 28/06/2017, B 2-678 665 SENSI/SENES), la richiesta di un alcolico o super alcolico avviene di norma direttamente a voce, senza mediazione visiva.

Magari qualcuno non è d’accordo, ma mi pare di poter dire che in quest’area dei prodotti l’attenzione del pubblico di riferimento non è indirizzata alla categoria merceologica in quanto tale, nella sua apparenza ontologica (S.SANDRI, L’affinità tra prodotti, 2015), ma alle sue caratteristiche funzionali in relazione alle identiche aspettative e motivazioni che genera. Il riconoscimento del prodotto, e del marchio che lo contraddistingue sin dal suo momento attentivo, non è dettato in termini di percezione da criteri eccessivamente generici, quali la semplice esigenza di bere una bevanda che gli dia un piacere aggiunto o di calmargli la sete .

E poi c’è sempre la questione della marcata diversità del prezzo che nonostante pronunce ondivaghe viene riconosciuta anche dalla giurisprudenza comunitaria come un criterio rilevante nell’accertamento della somiglianza tra i segni.

In questo contesto è significativo che la nostra Cassazione ha di recente allargato le maglie dei criteri per l’accertamento dell’affinità tra i prodotti, introducendo il concetto dell’affinità funzionale (Cass. n. 24/06/2016, n. 13170).

In buona sostanza, abbiamo diverse autorevoli indicazione che ci inducono a ritenere che il nostro diritto di marchio si sta orientando verso la contestualizzazione dell’accertamento della somiglianza tra i segni (come avevo preconizzato, se permettete l’auto-citazione, già nel 2007 nei miei scritti). Esempio: il teen-ager che compra la sua brava ADIDAS o CONVERSE, è lo stesso consumatore per attenzione, competenza, esperienza e motivazioni di un quarantenne che si compra un mocassino? Eppure si tratta sempre di calzature, classe 25.

Avvertenza: tutto quanto sinora detto ha un senso (giuridico) se entra nella domanda di registrazione del marchio con l’indicazione precisa dei prodotti rivendicati (un punto che ha costituito oggetto di valutazione da parte della sentenza del Tribunale in commento nel primo claim), ovvero se risulta acquisito agli atti per effetto della prova d’uso fornito dall’opponente e vi sia contraddittorio tra le parti (per inciso, sembrerebbe che il Tribunale abbia lasciato aperta una porta alle considerazioni sulla tipologia del proprio vino del richiedente nel caso quella prova fosse stata prodotta).

Quanto al merito, che vi sia somiglianza tra SANGRE DE TORO e SANTORO lascio a voi giudicare.

Per il momento, mi limito a prender nota che la Spagna ha segnato un gol contro l’Italia.

Ma la partita non è chiusa.

 

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