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Ha senso ragionare del paradigma di un consumatore?

Scritto da Stefano Sandri Il .

Paradigma è una parola difficile, ma qui vuol solamente dire, in forma concisa, modello, tipo, categoria. Il dubbio esposto nel titolo, l’ho da tempo ed è la inevitabile conseguenza di quando abbiamo cominciato a discutere del consumatore in termini di ’pubblico rilevante’ nel diritto del marchio comunitario.

Mi sono sempre chiesto, in effetti, dopo aver letto o scritto della sua media, attenzione, cultura e diligenza etc., cosa potesse avere in comune un italiano che si gusta un’amatriciana, con un francese che ti fa una conferenza stampa sull’annata di un vino di Borgogna.

E visto che ho citato il consumatore di vino, viene bene soffermarsi sulla Sentenza CR n. 53/2016, 10/10/2016, ROMAGNOLI (resa pubblica ora con disarmante ritardo), che affronta il noto principio della c.d. interdipendenza nei giudizi di confondibilità tra marchi, fornendo una sua interpretazione (riduttiva), a partire proprio dal mercato del vino.

Il principio, lo ricordo, è stato introdotto dalla storica sentenza CANON della Corte di giustizia e testualmente dice: ”la valutazione globale del rischio di confusione implica una certa interdipendenza tra i fattori che entrano in considerazione e, in particolare, la somiglianza dei marchi e quella dei prodotti o dei servizi designati. Così, un tenue grado di somiglianza tra i prodotti o i servizi designati può essere compensato da un elevato grado di somiglianza tra i marchi e viceversa”, (C-39/97, 29/12/1998, Canon, 17; C-342/97, 22/6/1999, 19). Il principio è diventato un vero e proprio mantra e, come spesso succede in questi casi, ne viene fatta un’applicazione ripetitiva (vedi giurisprudenza comunitaria), standard e forzata da parte dei consulenti e legali, che, senza pensarci sopra più di tanto, argomentano “...i prodotti sono identici/simili, e quindi, per il principio dell’interdipendenza, consegue...”

A ben guardare, tuttavia, la Corte è stata attenta, e per certi versi cauta, nell’inserire quel principio nel contesto della valutazione globale del rischio di confondibilità.

Bene ha fatto quindi la Commissione di ricorso a ricondurre a quel contesto la valutazione del rischio di confondibilità, sulla scia di un suo precedente orientamento (Sentenza CR 43/15, 08/06/15, PRAXI/PRAXIS) e a contrastare l'orientamento giurisprudenziale eccessivamente estensivo. Secondo la decisione in esame, il principio avrebbe “presente situazioni in cui i prodotti contrassegnati sono altamente standardizzati e fra loro fungibili, o apparentemente tali, come avviene per molti beni di basso valore unitario e di consumo quotidiano, che costituiscono normalmente oggetto di acquisti d'impulso.”.

Non sarei proprio sicuro che questa limitazione rientrasse nel pensiero della Corte di Giustizia, ma mi pare opportuna la conseguenza che l’estensore ne trae: ” in situazioni del genere, in cui il prodotto in sé non presenta caratteristiche esteriori idonee a fornire informazioni sulla propria qualità e sulla propria reputazione, sia necessario valutare con particolare rigore il rischio di confondibilità fra i segni distintivi dei prodotti.”

In altre parole, sarà bene ricordare che non c’è niente di conclusivo e determinante nel motivare che i prodotti sono identici/simili: si tratta soltanto, però, di uno dei tanti fattori pertinenti alla valutazione della confondibilità tra i segni che occorrerà tener presente per pervenire a una conclusione che sia veramente globale.

In questa prospettiva – che troverete costantemente riaffermata nelle mie decisioni sulle opposizioni – l’estensore della decisione riferita ha voluto analizzare nello specifico il comportamento del consumatore di vino, che nelle circostanze è il consumatore italiano.

Sul mercato dei vini, in motivazione leggiamo:

“La situazione è diversa nel caso del mercato dei vini. Questi ultimi sono, al giorno d'oggi, prodotti di qualità (spesso forniti di indicazioni geografiche protette), in forte competizione fra loro sul piano delle differenze qualitative e del rapporto qualità/ prezzo; i diversi prodotti costituiscono inoltre oggetto di attente e continue valutazioni e classificazioni da parte di esperti del settore e di pubblicazioni, cartacee e digitali, specializzate.”

L’assunto mi pare, in vero, piuttosto frutto di una generalizzazione discutibile (mi richiamo al mio “Un Chateau Ausone? no grazie preferisco il Frascati, in 100 esercizi di Proprietà Intellettuale, 61, di recente pubblicato), specie per la iper-valutazione della qualità a fronte dell’effettiva esigenza del consumatore di trovare nel prodotto la corrispondenza delle sue caratteristiche alle sue aspettative, che sono di ordine diverso (gradazione alcolica, rossoo bianco, secco o fruttato, caro o a buon mercato etc.).

Sussistono inoltre condizionamenti giuridici dei quali non si tiene conto, come quello dell’irrilevanza di tutto quello che resta fuori della domanda di registrazione (TG 154/11, Ripassa ZENATO), con l’ulteriore conseguenza che “Per quanto riguarda i vini, Il pubblico di riferimento è costituito dal consumatore medio, dotato di un livello di attenzione non particolarmente elevato” (C-34/15, 15/1072015, punto 36). Infatti, “i vini sono normalmente oggetto di una distribuzione generalizzata, che va dal reparto alimentari dei grandi magazzini ai ristoranti e ai bar, si tratta di prodotti di consumo corrente, il cui pubblico di riferimento è il consumatore medio dei prodotti di largo consumo” (la decisione, in conformità, ma in contraddizione parla di mercato poco concentrato, in cui sono presenti moltissimi produttori).

In base alle considerazioni esposte, la sentenza conclude che;

“Il problema della confondibilità fra segni, così contestualizzato, non può essere dunque affrontato, nel mercato dei vini, con gli stessi criteri rigoristici (?) che prima si segnalavano come giustificati nei mercati dell'offerta di prodotti standardizzati di grande serie, destinati ad acquisiti d'impulso. Ne consegue che nel mercato deivini può essere tollerato un certo grado di somiglianza fra marchi denominativi e patronimici.”

Ben venga dunque il riconoscimento che nel valutare la comparazione tra i marchi di vino vanno tenuti presenti le specifiche caratteristiche della natura dei prodotti e come i loro segni vengono percepiti, ma non creiamo dei consumatori speciali, proprio perché la interdipendenza tra segni e i prodotti va contestualizzato. Se non emergono indicazioni specifiche nella domanda di registrazione, che definisce l’ambito di protezione, o dallo stato degli atti (magari emergente dalle prove prodotte in sede di prova d’uso), mi pare inappropriato abbandonare il paradigma classico del consumatore, per introdurre un apprezzamento discrezionale del giudicante che rischia di diventare meramente soggettivo, se non supportato idoneamente dalle risultanze emergenti dal caso concreto.

Altrimenti il rischio è quello di avere una gamma infinita di consumatori e di spostare continuamento l’asticella del giudizio, mentre il vero problema è quello di tarare il parametro del consumatore – terminale della valutazione dell’accertamento della confondibilità – al contesto della fattispecie considerata.

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