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Il Tribunale vede doppio, anzi triplo

Scritto da Stefano Sandri Il .

Un’azienda tedesca ha registrato questo design comunitario per «lattine [per bevande]». Ma che senso ha?

Se le sentenze in tema di Proprietà industriale spesso mostrano quanto siano lontane dal “mondo della vita”, come dice l’amico Cesare GALLI, anche le aziende ci mettono del loro, e il caso deciso dal Tribunale Generale (T-9/15, 13/06/2017) è sotto questo aspetto emblematico. D’accordo, non spetta al giurista indagare il come e perché si vuole registrare un design, ma non dobbiamo dimenticare di cosa stiamo parlando.

Le ragioni per cui viene concesso una esclusiva di sfruttamento, temporalmente limitato,  sul design di un prodotto, sono del tutto diverse da quelle che giustificano la concessione di un brevetto, un marchio o un’opera d’autore. Si tratta, infatti, di promuovere la novità delle forme industriali nell’interesse della collettività, che prima o poi ne viene liberamente in possesso. Non c’entra niente l’interesse a evitare la confusione sul mercato, né tanto meno quello del consumatore a non essere ingannato.

E’ una premessa, a dir poco, ovvia, eppure se consideri l’oggetto apparente della protezione nel presente caso, ti viene il sospetto che altre dovevano essere le reali intenzioni della richiedente, evidentemente affetto da una confusa, ma intuibile riserva mentale, quella di cercare di ottenere una esclusiva, attraverso l’abusivo sfruttamento di un diritto di P. I. piegato e forzato al di fuori del contesto in cui è legittimamente inserito, e non sarebbe certamente la prima volta (basti pensare a quanto accade con i marchi di forma).

Evidentemente, le infinite possibilità offerte dall’avvento di quella che definisco la Click-community al marketing e alla pubblicità inducono a supporre che l’azienda abbia in mente degli usi particolari della forma delle proprie lattine, e quindi cerchi di precostiuirsi una esclusiva da far valere concorrenzialmente. Se non che, sempre di lattine, di semplici, comunissime e diffusissime lattine si tratta, che ci metti la birra o un succo d’arancia. E’ il solito ricorrente problema di distinguere l’identità della rappresentazione di una forma (l’idea, l’archetipo, la denotazione di una lattina) dalle sue connotazioni, le sue varianti che non ne impediscono il riconoscimento del tipo. Raffigurare insieme tre varianti delle dimensioni del tutto standardizzate e comuni non crea una forma nova e diversa dal noto di quel prodotto. A riprova: ma quando mai tre tipi di lattine, di formato diverse, sarebbero  prodotte, trasportate e presentate insieme negli scaffali come prodotto unico , se non a costi insopportabili?.

E così, da una semplice verifica del buon senso, arriviamo al focus della questione che ha impegnato il Tribunale con 100 e passa paragrafi, il design presentato nella domanda di registrazione e il prodotto al quale si riferisce, le famose lattine che vengono così descritte dalla richiedente: ” Insieme di lattine per bevande, dall’aspetto elegante ma ad alto effetto, con un collo ridotto, preferibilmente di lamiera sottile, in particolare per volumi da, rispettivamente, 250 ml, 300 ml o 330 ml.” Verrebbe veramente da chiedersi come sia possibile propinare una bufala del genere (“aspetto elegante ma ad alto effetto”, ma ve lo immaginate?), ma per fortuna qui ci ha pensato il Tribunale liquidando la descrizione come dl tutto opzionale e irrilevante ai fini dell’accertamento del “carattere individuale” del design (§ 66–68, 70).

Quanto al prodotto, nella decisione impugnata – ricorda la sentenza – la Commissione di ricorso ha definito l’oggetto della protezione del design precisando che, ai sensi dell’articolo 3, lettera a), del Regolamento n. 6/2002, (in combinazione con l’art.1, co.2 del suo Regolamento di esecuzione n. 2245/2002) poteva essere solo un oggetto unitario e che la combinazione di più prodotti non collegati tra loro poteva essere valutata come un unico prodotto, a condizione che tali prodotti fossero esteticamente simili, presentassero un nesso funzionale e fossero abitualmente commercializzati come prodotto unitario. La Commissione ha fornito come esempio quello delle posate composte da coltello, forchetta e cucchiaio, nonché quello di un set composto da scacchiera e pedine, ma ha escluso che nella fattispecie le tre lattine presentassero le condizioni di unitarietà, eccezionalmente previste dalla norma (§ 41).

Per chiarire, l’interesse della ricorrente alla corretta definizione del design contestato in quanto insieme di lattine, consisteva nel fatto che i design anteriori fatti valere dalla controparte non costituivano insiemi di lattine, bensì uniche lattine in varie esemplificazioni presenti sul mercato (§ 59). Di conseguenza, nel caso la tesi del design unico non fosse stata accolta, il confronto con le anteriori forme delle lattine da tempo in circolazione l’avrebbe vista sicuramente perdente, per difetto dell’esistenza del “carattere individuale” (art. 6 del Regolamento). E così è stato. Le differenze minimali tra il design contestato e i disegni o modelli anteriori non sono certo significative e non incidono sull’impressione generale visiva (§ 76) suscitata nell’utilizzatore informato il quale, nel caso di specie, è stato definito come la persona che, nell’industria delle bevande, è responsabile dell’imbottigliamento, l’imbottigliatore.

A proposito del quale, nella fluttuazione in giurisprudenza del concetto, sempre ai limiti del consumatore (attento, diligente e sufficientemente informato, che qui diverrebbe molto informato) viene confermata l’interpretazione che ne ho sempre data, cioè che bisogna pescarlo negli ambienti industriali/commerciali interessati (§ 81).

A questo punto non è che i giudici del Tribunali hanno visto doppio o triplo perché ubriachi a Lussemburgo (figurarsi!), ma hanno semplicemente visto che una lattina di Coca-cola resta sempre una lattina, anche se più lunga, più corta, più stretta o più larga da sola o in compagnia.

 

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